
A 40 anni di distanza, il ’68 impone la sua taglia.
Per quel che ricordo, andava pressappoco così:
Mio padre, un operaio di “classe”.
Nel ’68 ho 17 anni, me ne sto in provincia a leggere: da Marcuse a Pasolini, dall’Utopia, fino agli Scritti Corsari; con Fromm scelgo l’essere, con Lenin imparo il comunismo, con Marx infilo “l’oggettività” nel mio pensiero.
Con i Beatles divento beat – le scuse a Jack Kerouac sono dovute - poi arrivano i Rolling Stones che gridano la loro “in…satisfatcion” ed io con loro.
Ginsberg urla: “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, nude, isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di una droga rabbiosa”. La carica poetica fragorosa, ne uscii raggelato.
Tuttintorno disuguaglianza, violenza, sopraffazione e le regole….troppe e già tutte scritte.
Insomma, stare contro non era una scelta era un obbligo: apocalittici allora!
Alla rinfusa mi tornano in mente le mie buone compagnie: Sartre, Allen, Ghandi, Malcom X , Luther King, McLuhan, Baudrillard, Kennedy, Che Guevara, Cèline, James Dean, Mandela, Allende, Andy Warhol, Goddard.
In un impeto empatico faccio mia la loro cultura, la loro politica, l’ideologia.
Difficile ancor oggi prendere distanza da quei totem, ancor più rinnegarli.
Oramai forte, rispetto al mondo, reclamo la mia differenza; nel farlo devo affermare la mia identità. Lo faremo in molti, quasi tutti.
Nasce, sotto i migliori auspici, in quegli anni una nuova categoria antropologica: il GIOVANE.
Prima non c’era: da bambino ad adulto senza fermate intermedie.