Pubblico ed industria Mediale
In questi giorni ho dato un’occhiata ad alcuni profili MySpace. Innanzitutto ho notato che su questo network (come nella vita reale) molti utenti scrivono alla voce “Televisione”, ovvero le preferenze per i programmi, che non fruiscono questo Medium, anzi alcuni arrivano a definirlo schifoso. Di contro, però, sempre su MySpace possiamo incontrare molti artisti, come musicisti, attori di cinema (magari alternativo) oppure di teatro, i quali a ragione si lamentano del fatto che persone qualsiasi si piazzino dentro la Casa del Grande Fratello diventando così una sorta di star, mentre loro sono costretti a faticare, senza ottenere un meritato riscontro. Questo mi ha fatto ricordare le eterne polemiche che la gente faceva (aizzata anche da programmi come Striscia la Notizia) quando si scopriva che un concorrente ufficialmente anonimo di un qualche Reality o di altro programma a premi era, al contrario, una persona che già in passato aveva riempito le redazioni con i propri provini. Della serie: più non è addetto ai lavori e meglio è.
Ieri, poi, ho trovato dei consigli su come diventare giornalista in Gran Bretagna: “Dovrete essere capaci di generare idee per le storie. Avrete bisogno di imparare cosa interessa il vostro pubblico e come trovare le nuove storie che questo vuole leggere”. Ripensando ai famosi tabloid inglesi si può intuire che nel Regno Unito si voglia leggere ciò che legge, cioè: è il Pubblico che richiede i tabloid. Eppure credo che in Italia non siamo da meno.
Se la gente addirittura si indigna nel momento in cui scopre che un partecipante ad un Reality non è nuovo al mondo dello spettacolo, allora forse il contenuto trash di quanto riportato dai nostri mezzi di comunicazione di massa, in un certo senso, è davvero voluto dal pubblico stesso. Gli artisti che studiano per diventare tali da una vita e che conoscono la loro professione, vengono fatti fuori dall’ipocrisia del pubblico che preferisce una persona totalmente a digiuno rispetto a qualcuno che per ovvi motivi ci sa fare. Con questo non si vuole bocciare tout court e a prescindere le new entry: come in tutti i lavori (concetto ostico da far passare) “uno non nasce imparato”. Ma è ovvio che se, teoricamente, una persona arriva ai 30 anni e si butta a far TV giusto per spirito di egocentrismo, dopo non ci si può sorprendere se questi reciterà in una fiction in maniera pietosa.
Le persone, per qualche diabolico motivo, ci tengono a tener nascosto che fruiscano la TV (la cosa strana è che ammettono di guardare i film, ma sembrerebbe quasi che se venisse trasmesso un film in Televisione questo non possa più meritare di essere visto) e soprattutto non vogliono ammettere che adorano i programmi trash con ragazzini o pseudo-adulti che piangono pensando al gatto che è rimasto a casa. Eppure se si sta verificando questo processo perverso, dove l’artista professionista è escluso dal suo ambiente mentre il dilettante da Corrida si vede chiesti gli autografi, non credo che la responsabilità sia attribuibile in maniera semplicistica solo a chi organizza i palinsesti o la copertina del periodico.
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