Questo governo garantisce la mafia.

Nessuna cronologia della carneficina perpetrata dalla mafia e consociate a danno delle innumerevoli morti eccellenti e stragi di innocenti.
Partirò da Falcone e Borsellino: primo perchè i più recenti e quindi facilmente ricordabili anche dai piu giovanissimi e infine perché allora la mafia avrebbe preferito mille volte non premere quel maledetto bottone.
Gli allora boss sapevano che uccidendoli avrebbero scatenato una guerra popolare e costretto lo Stato ad agire impossibilitato ad arginare quella profonda onda d’urto nata dalla rabbia e dalla indignazione generale.
Sapevano di alzare pericolosamente il tiro e sapevano che nelle alte sfere stavano per essere varate leggi che avrebbero inasprito la giustizia e il suo decorso nei loro confronti.
Ma l’ordine fu irrevocabile.
Condannati a morte da chi non poteva permettersi la divulgazione di alcuni documenti caduti nelle mani di giudici coscienziosi e pronti a fare il loro dovere.
Documenti fotocopiati; 5 copie a 5 uomini diversi ma uniti, almeno apparentemente, dallo stesso scopo; attaccare il cuore mafioso.
Falcone e Borsellino non hanno potuto nemmeno avere una alternativa: chi di dovere sapeva che nessuna possibilità esisteva in entrambi d”accettare un diverso – accordo -
Quindi boom.
Tutto un rogo, tutto in fiamme, le fiamme che purificano e cancellano prove pericolose.
Riunioni tra i Capi aspre sull’accordo del secondo attentato, quello a Borsellino.
Falcone da sotto terra faceva più rumore che in vita: la popolazione di colpo sembrò inarrestabile e nelle richieste esplicite allo Stato e nel non voler più vivere garantendo omertà a quel cancro feroce e sanguinario.
Chiesero di non procedere ma inutilmente.
Di nuovo l’ordine fu irrevocabile.
Boom, di nuovo le fiamme salvatrici.
I mandanti rassicurarono i carnefici che nessun inasprimento ci sarebbe stato nei loro confronti: carcere alla dolce vita e con la buona condotta tutti a casa, profumatamente ricompensati.
Fecero i conti senza l’oste, l’oste erano le genti che invasero giornali con migliaia di lettere e le piazze con striscioni chiari e precisi.
- Via la mafia da Palermo. -
Inchieste, testimonianze, lacrime e rabbia e la vedova Schifani e la laurea della figlia di Borsellino.
Una sequela micidiale a testimonianza dell’enorme ferita apertasi nei tantissimi cuori.
Fiaccolate, commemorazioni, l’onda popolare che tutto può quando è unita e indivisibile.
Lo Stato è costretto a reagire.
Viene varato il 41/bis il carcere duro che spaventa i boss.
Nessuna comoda cella, nessun comodo colloquio o telefonate o contatti vari: soli come è giusto che sia.
Isolati come doveroso era.
Il 41/bis criticato dall’America per la sua disumanità: a sentir loro non garantirebbe i diritti umanitari.
Non sono umani, sono assassini, criminali, maledetti.
Il carcere duro lascia nascere i collaboratori di giustizia; spaventati dal passare una vita in isolamento iniziano pericolosamente a parlare…
i mandanti tentano di rassicurarli: proveranno di tutto pur di eliminare e rendere vano il decreto sicurezza.
Ma chiedono tempo, quei due morti continuano a parlare anche da sotto terra aizzando gli animi civili.
Capaci un tempio, via D’Amelio un santuario, pellegrinaggio infinito di chi non può proprio dimenticare.
I boss minacciano i mandanti di chiacchierare: qualche gettone concesso per farli star buoni e chiedergli di pazientare; qualcuno sta per loro spianando la strada della libertà.
Passano gli anni, la memoria è ancora viva e pulsante, ancora sangue da quell’enorme crepaccio apertosi a risucchiare uomini speciali.
Nascono comunità e associazioni contro tutte le mafie.
Libera, per la restituzione dei beni confiscati alla mafia.
Ammazzateci tutti, associazione dedita alla lotta su strada dei fenomeni criminali.
Addio Pizzo, associazione per aiutare le vittime del pizzo e incrementare le loro denunce.
Questi operatori vivono a fianco dei loro nemici, nelle stesse vie, nelle stesse piazze, frequentano gli stessi luoghi: lo Stato avrebbe dovuto lavorare con loro e per loro.
E adesso?
Adesso, la giustizia, apre e lascia vuota la cella del 41/bis di Giuseppe La Mattina, esecutore materiale della strage di Via D’amelio cosi come sono state lasciate aperte nel giro di 6 mesi ben altre 37 celle tra cui quelle di:
Antonino Madonia, che asassinò Carlo Alberto Dalla Chiesa ed il Commissario Ninni Cassarà.
Così come Raffaele Galatolo, ergastolano e boss della famiglia Acquasanta, Arcangelo Piromalli e Costantino Sarno.
Le hanno aperte senza interpellarci e avrebbero dovuto considerando che questi uomini falciati e trucidati non appartenevano e non appartengono al nostro parlamento ma alla nostra comunità.
I morti di noi tutti.
I morti d’Italia.
I rappresentanti dello Stato che avremmo voluto e che ancora invochiamo.
La notizia apparsa e scomparsa ha omesso nuovamente il nostro diritto ad una chiara informazione.
Non era notizia da giornali locali, non andava confinata al solo territorio palermitano: andava informata tutta la nazione.
Fuori anche dai raggi del carcere quattro capi storici della ‘ndrangheta calabrese:
Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà e Santo Araniti, il mandante dell’omicidio Ligato.
E anche il boss della camorra Salvatore Luigi Graziano.
Ben 37 padrini nel più cupo dei silenzi hanno detto addio al carcere duro.
Considerando le frastagliate notizie che danno giudici denunciati per gravi decorrenze dei termini, che danno aule di tribunali infestate da apparati deviati di stampo mafioso, considerando i continui attacchi alla nostra magistratura mi vien da pensare che chi promise è riuscito a mantenere fede alla parola data.
Nessun urlo dalla commissione anti mafia.
Nulla, tutto normale, tutto liscio come l’olio: chissenefrega dei grandi segreti che custodiscono questi uomini liberati, chissenefrega dei loro ergastoli e del potere che posseggono.
Via.
Tana libera tutti.
Ecco la lista di chi non è più al carcere duro:
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Raffaele Galatolo, capo storico della famiglia palermitana dell’Acquasanta, condannato all’ergastolo.
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Arcangelo Piromalli, da Gioia Tauro.
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Costantino Sarno: a Napoli, lo chiamavano il re del contrabbando, ma lui preferiva starsene in Montenegro.
Nella lista del carcere duro figurano quattordici mafiosi, 13 ndranghetisti, 8 camorristi, 2 rappresentanti della sacra corona unita pugliese.
Per adesso è il 6,5 per cento del popolo del 41 bis, 566 reclusi in dodici istituti penitenziari, da Roma Rebibbia a Tolmezzo, passando per Viterbo, Ascoli, L’Aquila, Terni, Spoleto, Parma, Reggio Emilia, Milano, Novara e Cuneo.
Gli annullamenti del 41 bis portano la firma di molti tribunali di sorveglianza, da Napoli a Torino. Ma la motivazione è sempre la stessa: “Non è dimostrata la persistente capacità del detenuto di mantenere tuttora contatti con l’associazione criminale di appartenenza”.
Dice Giuseppe Lumia, senatore dei Ds ed ex presidente della commissione parlamentare antimafia: “La modifica della legge sul carcere duro è ormai una priorità. Vanno cambiati i criteri per l’assegnazione, agganciandoli esclusivamente alla pericolosità del detenuto, conme fosse una misura di prevenzione”.
Il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, spiega che “il 41 bis non è più quell’isolamento pressoché assoluto che era stato previsto nella legge varata dopo le stragi Falcone e Borsellino. I ripetuti interventi della Corte Costituzionale, a cui si è necessariamente adeguato il legislatore, hanno attenuato quel regime di isolamento”. La preoccupazione dei capimafia resta sempre la stessa: “Inchieste e processi in svariate parti d’Italia - prosegue Pignatone - l’hanno dimostrato, i detenuti al 41 bis riescono a mantenere contatti con l’esterno, questione vitale per le organizzazioni criminali”. Intercettazioni, anche recenti, hanno ribadito: accanto alle grandi strategie, i boss hanno scelto di proseguire in silenzio la loro battaglia contro il 41 bis.
Di Pietro spacca l’opposizione ma non accenna ad azioni.
Berlusconi fa sapere che delle piazze, lui che le ha sempre acclamate e usate, non sa cosa farsene, non lo preoccupano.
Berlusconi e tutto il suo governo ci ha imbrogliati nel piu vigliacco dei modi.
Veltroni avrebbe dovuto informarci, avrebbe dovuto gridare lo scandalo.
Cavolate.
Tutto fa parte di un disegno inquietante ma pur chiaro come chiaro era il nome a cui era diretto il messaggio celato sotto le nuove rivelazioni sul caso Orlandi.
Invito le associazioni delle vittime di mafia, le associazioni contro la mafia, siti e blog, cittadini privati e non, le testate giornalistiche, tutti, di mettersi in contatto con me e studiare una mobilizzazione come mai Italia ha visto.
Diciamolo chiaramente, questo governo appare sempre piu interessato a proteggere i diritti dei mafiosi e sempre meno quelli degli eroi caduti e quelli nostri, singoli cittadini.
Come si sentiranno gli imprenditori che a rischio della propria vita e quella dei propri cari hanno denunciato e denunciano i loro estorsori?
Questa è l’Italia che volete?
Questo è il governo che avete votato?
Questo nei loro programmi pre elettorali?
Non si tratta di marcare la sinistra come possibile e unica alternativa.
Voglio spingere voi lettori a una presa di coscienza.
Voglio vedervi uscire dagli attuali riferimenti politici e scendere uniti a difesa di un dicastero avvolto troppo spesso in misteriosi marchingegni e intrappolato e stretto da mani criminose.
Lo Stato è nostro, riprendiamocelo!
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Ma davvero i tribunali di sorveglianza stanno d’accordo con lo psiconano? E l’altra volta dello psiconano che aveva fatto più duro il carcere duro, non avevate detto che era inutile e non umano e che lo faceva “per fare vedere”? Ma chi te l?ha detto che il tribunale di sorveglianza decide certe cose perchè spinto dallo psiconano? Opppure succede perchè lo psiconano di notte, di nascosto li ipnotizza? O sono i giudici che seguono loro strampalate idee e liberano i delinquenti più delinquenti perchè “meritevoli2 come l’assassino di Pescara? 15 omicidi e libero?
ma che .. pirlate dici?
“IL PITTORE CHE DIPINGE LA STORIA”
Le tele di Gaetano Porcasi: “il pittore che dipinge la storia” sono uniche, oltre che per i temi di impegno e di denuncia sociale trattati, anche per la tecnica ed i colori mediterranei da cui traspare un intensa “sicilianità ” . La mostra itinerante del 2003 sulla strage di Portella delle Ginestre ha rivelato l’elevato livello culturale dell’indagine pittorica di Porcasi e l’attualità dei temi trattati. Quel che accade nella Sicilia del 1947 quando i contadini occupavano le terre incolte che volevano seminare per sfamarsi scontrandosi con i proprietari terrieri difesi dai gabelloti mafiosi, accade oggi in Brasile dove i campesinos “senza terra” vengono assassinati dai vigilantes armati dai proprietari terrieri che erigono mura in difesa dei campi incolti. Nell’immobile “fotogramma” di una tela, desueto per la civiltà delle immagini che attualmente viviamo, l’autore riesce a trasferire il patos degli eventi ed i personaggi scaturiscono come prodotto puro della sua tensione morale, suscitando intense emozioni. A far da contrappunto alle pitture storiche che raccontano gli assassini di mafia, i paesaggi di una Sicilia solare con i fichidindia, le agavi, le ginestre, gli ulivi, le arance, i limoni; patrimonio di una terra baciata da Dio e calpestata dagli uomini. Infinite le tonalità dell’azzurro con le quali Porcasi dipinge il cielo della sua terra, è da lì che ha inizio il suo viaggio nel tempo. Le pagine della storia della Sicilia, sono scritte con il sudore e il sangue dei contadini che hanno dovuto combattere a mani nude per conquistare la terra e la libertà. Le bandiere rosse, simbolo della lotta dei lavoratori d’ogni tempo si fondono con il tricolore. In fondo è un’epopea italiana, mediterranea quella che l’autore ci racconta. Bandiere rosse e tricolore sullo sfondo di cieli di un azzurro struggente che nelle opere di Porcasi cambia di tonalità a seconda degli eventi, delle stagioni, degli umori degli uomini e delle loro azioni. Testimonianza questa dell’appartenenza dell’anima al tempo ed ai suoi mutamenti. Solo la natura rigogliosa tipica di questa terra, bella, solare e mediterranea, sembra rimanere immutata, muta ed immutabile testimone degli eventi e del trascorrere del tempo. Qui gli uomini sono solo “accidenti”. In questo l’artista opera come una divisione metafisica tra la natura: flora e fauna volte naturalmente al bene ed alle leggi immutabili (naturali) e l’uomo che quando è protagonista, è anche trasgressore per interessi di parte, per egoismo sfrenato, dell’armonia del creato, attore di violenza. C’è un’anima naturalistica dell’autore che può spiegarci l’impegno di Porcasi sul fronte ecologista in difesa della terra dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo che gli è costato persecuzioni e denunce da parte del potere costituito. Numerose, le analogie con i dipinti di Renato Gattuso rilevati dai critici d’arte nelle opere pittoriche di Porcasi. Oltre al realismo cromatico viene invocata la sicilianità, che appare condivisa aldilà delle tecniche utilizzate, con il grande maestro di Bagheria. Il verde dell’albero d’arancio amaro con le sue foglie di un verde acceso, le spine che nascono dai rami, così come i frutti colorati di un “colore arancio” dalle tonalità cromatiche rare, testimoniano, aldilà della semplice raffigurazione cromatica anche un’indagine psicologica complessa. Dal ramo, comune sorgente, scaturiscono frutti succosi e spine, proprio come accade nella vita degli uomini, che ogni giorno sono protagonisti della storia nel bene e nel male. La sicilianità in Gaetano Porcasi, diventa allora metafora della vita, e pretesto per raccontare storie mediterranee dal contenuto universale. L’artista dipinge con un linguaggio non criptato, facilmente comprensibile a tutti, dipinge con il cuore. Aldilà delle considerazioni “etiche” resta una riconoscibilità immediata delle tele di Gaetano Porcasi, che, nell’arte d’ogni tempo, è patrimonio dato a pochi artisti. Taluni restano sorpresi nel constatare la giovane età dell’autore, dietro queste opere d’arte che sanno di maturità piena. Il futuro, per questo “siciliano puro” non sarà un semplice accidente, ma qualcosa di straordinariamente importante per il mondo dell’arte.
Giornalista e critico d’arte
Cosmo Di Carlo