Levi-Prodi: come ti giustifico una censura

sabato 15 novembre 2008
di Claudio Lippi

Alcuni mesi fa pubblicai un articolo sulla proposta di legge Levi-Prodi in merito alla possibilità di obbligare gli autori dei blog italiani ad iscriversi gratuitamente al pubblico registro degli editori di stampa.

Al’epoca la proposta del DLL fece un tale clamore ed un tale scandalo da spingere, apparentemente alla sospensione del’iter parlamentare. E’ di alcuni giorni fa la notizia che il giurista Daniele Minotti ha fatto notare come semplicemente la proposta dell’On. Levi sia stata sospesa per modifiche e che proprio in questi giorni dovrebbe essere riproposta con dei rimaneggiamenti rispetto al testo precedente.

Il succo delle correzioni dell’On. Levi sono che ha lasciato una più ampia possibilità d’interpretazione al giudice, pratica ormai ampiamente diffusa dai legislatori italiani nel corso degli ultimi anni: a sofrirne sono più o meno tutte le leggi promulgate dagli ultimi tre governi, di destra e di sinistra.

Per poter ottenere questa “liberalità”, la proposta di legge al suo art. 2 offre una definizione di prodotto editoriale così ampia da far rientrare praticamente un qualsiasi scritto distribuito a terzi:

  1. Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.
  2. Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico.

Notare come i blog corporativi ed i forum aziendali vengano esentati integralmente al comma 2, per il resto che si tratti del blog, della fanzine o del forum, essi vengo identificati da quest’articolo come prodotti editoriali. Il tiro deve essere sembrato troppo preciso, ed in linea con le contemporanee idee legislative, è stato corretto e sfumato con l’art. 8 comma 3 (ed è qui che si apre il dibattito):

Sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro.

Il punto è cosa s’intenda in Italia per organizzazione imprenditoriale del lavoro.

Mi voglio aiutare con un motere di ricerca specifico, IusSeek, dal quale emerge che per potersi all’ineare al trattato CE, nel nostro Paese è stata giuridicamente introdotta una visione ampia della definizione d’impresa:

costituisce impresa ogni organizzazione unitaria di elementi personali, materiali e immateriali, facente capo ad un soggetto giuridico autonomo e diretta in modo durevole e continuato a partecipare attivamente alla vita economica perseguendo uno scopo determinato, indipendentemente dalle modalità di suo finanziamento, dalle componenti organizzative e dagli elementi aziendali.

La definizione è ampia, ma chiara: se ho un’idea da cui scaturisce una fonte di reddito continuativa e durevole e se sono un soggetto giuridico autonomo, sono un’impresa.

Il Codice Civile dice: “È imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata (2555, 2565) al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi (2135, 2195)“.

Ora si potrà sicuramente eccepire, specificare od emendare, e sicuramente anche questa volta si cercherà di apportare modifiche e correttivi, ma lo scopo è evidente: per tutelare le persone da offese a mezzo stampa bisogna allargare il più possibile il controllo dello Stato anche sui prodotti editoriali digitali e più è generica la definizione legale di questi più s’allarga il controllo sugli stessi.

Ma perché? La risposta sembra facile, ma in realtà ha una serie di risvolti a cui si tende a non pensare. Si tratta ovviamente di una mia opinione personale, lungi da volersi considerare qualcosa di più. Al Legislatore (chiunque esso sia) è stata data l’occasione di farsi promotore di una legge retriva che attira su di se la derisione della totalità degli osservatori internazionali: i blogger possono insultare rimanendo impuniti.

A dare l’idea che questo sia vero è probabilmente un certo tipo di siti personali che fanno dell’attacco personale a personalità del mondo dello spettacolo e della politica il loro contenuto fondamentale. E’ evidente che il messaggio del legislatore è quello di voler tutelare il buon nome dei VIP, ma sta di fatto che in realtà il timore è di non riuscire più ad identificare la paternità di un testo, sebbene già ne esistono i mezzi.

In Italia le “schedature” non si fanno più da tempo, ma i censimenti sono sempre ritenuti importantissimi.

La scusa è palesamente falsa, e la cronaca insegna come è sufficiente applicare la normale normativa sulla calunnia per difendersi da chi che sia, anche sul web. Oltre al riconoscimento, salvo qualche (raro) caso di discusse competenze territoriali, per individuare un blogger basta conoscere il nome a dominio e nella maggior parte dei casi una banale ricerca su internet fornisce il titolare dello stesso o l’hoster del sito. Per i blog appoggiati sui fornitori di servizio più diffusi (WordPress, Splinder, Blogger) la cosa è ancora più facile: chiedi e ti verrà risposto, soprattutto se sei un inquirente.

Lo scopo qual’è?
Non è tanto imbavagliare e forse nemmeno schedare. Probabilmente il progetto dell’On. Levi è quello di rimandare. L’Italia fin dalla sua unione (ed a dire il vero anche prima) è la nazione in Europa che rimanda le trasformazioni sociali inevitabili. Da noi tutto è traslato di almeno un decennio rispetto i paesi anglosassoni e di uno o due anni rispetto a quelli latini.

Il timore è che il fenomeno blog scalzi definitivamente il suo posto di gioco per privati e si trasformi in un mezzo di diffusione e confutazione d’informazioni distaccato dal controllo dell’Amministrazione Pubblica. Un mezzo che può, in senso lato dar voce a chiunque, senza necessità di rappresentanti.

Ovviamente, proprio a tutti no: non tutti vogliono dedicarsi al blogging, ma già oggi nel nostro paese non è difficile valutare una qualunque notizia dalle reazioni degli utenti di questo servizio e, cosa fondamentale, non di rado non è difficile trovare chi quella notizia la possa confutare!

Probabilmente, siccome non c’è due senza tre, se anche non fosse questa la volta buona, sarà la prossima, ma l’On. Levi riuscirà a far passare la sua legge Scheda-Blog, salvando ufficialmente il buon nome dei personaggi illustri e rimandando l’inevitabilità di dover fare i conti con le opinioni dei singoli solo di una manciata di anni. Il tempo di una generazione, il tempo di essere ancora derisi dalle nazioni confinanti per essere dei retrivi.


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2 risposte a “Levi-Prodi: come ti giustifico una censura”

  1. Ciao Claudio, purtroppo non viviamo in un paese democratico ed è dura.
    Una dittatura ha lasciato il segno e nessuno lo vuole dire!
    “Vadino” i nostri politici di tutti i colori a leggere sui Caucus del New York Times, il primo giornale al mondo e leggano cosa è la Democrazia.
    E’ un paese da dittature. Non importa il colore. Non è un paese democratico.
    Questa storia sul disegno di legge che hai postato lo dimostra.
    Non saremo mai un paese democratico. E tutto parte dall’educazione. Non siamo un paese educato!
    Ciao Claudio :wink:

    #3794
  2. InterDo

    Con una mano si tira e con l’altra si ritira…
    Doriana

    secolo xix

    “ammazzablogger” levi ritiraprogetto di legge
    editoria

    ROMA. Ricardo Franco Levi, portavoce del governo ombra del Pd, cancellerà
    il capitolo su Internet dal progetto di legge sull’editoria di cui è
    autore sin dai tempi del governo Prodi e poi riproposta. Levi ritiene
    utile una pausa di riflessione sulla proposta di legge ribattezzata
    “ammazzablogger” e duramente avversata dal mondo degli internauti. Il
    progetto riguarda in modo più complessivo l’intero comparto dell’editoria
    e venne presentato durante la passata legislatura per essere riproposto
    ora. «Sul progetto allora elaborato e che sto ora riproponendo al
    Parlamento – dice Levi – si stanno manifestando tra gli utenti di internet
    diffuse preoccupazioni. Si teme, in particolare, che vengano introdotte
    regole che limitino la semplicità dell’accesso alla rete e la libertà
    d’espressione che essa naturalmente permette. Si tratta di paure
    totalmente infondate. Ciononostante, penso che si possa serenamente
    convenire sull’utilità di un pausa di riflessione».
    «Dal mondo – prosegue – ci arrivano, sempre più numerosi, i segnali di una
    rete che, senza perdere in libertà, trova le forme di una matura e
    condivisa responsabilità. Sono fiducioso che, a partire da questi segnali,
    sia possibile trovare un’intesa che consenta a tutti di trarre il meglio
    dalle opportunità offerte da internet». «Per la vastissima consultazione e
    il grande lavoro di analisi e riflessione su cui è stato costruito – dice
    ancora Levi – considero il progetto di legge che ho depositato alla Camera
    una base preziosa per un confronto nel Parlamento e con gli operatori che
    porti finalmente a varare una organica riforma dell’editoria. Per queste
    ragioni, prima che il progetto di legge venga offerto alla discussione
    parlamentare in un testo definitivo, cancellerò dal testo il breve
    capitolo su internet. Discuteremo insieme se e come riempire quel vuoto»

    #3884

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