Firma la petizione Giornata Disoccupazione

La nuova collezione di Licenziamenti continua cara signora Golden Lady Manager

 

http://tuttosullavoro.libero.it/wp-content/uploads/2012/01/calze.jpg

Cara signora Golden Lady Manager , come lei saprà in questa passata stagione c’è stata una specie di moria delle vacche: certe  360 operaie della sua fabbrica in Abruzzo, si troveranno presto a non sapere come andare avanti…”Il 25 novembre la Golden Lady ha licenziato anche 400 lavoratrici dello stabilimento abruzzese di Gissi (Chieti). Quasi mille licenziamenti, dunque, tra Abruzzo e Romagna, a fronte di un’azienda che si autodefinisce leader italiana della calzetteria. Un’azienda che non è in crisi.”

Va in Serbia a farsi gli Affari suoi ?


http://www.abruzzoindependent.it/show.php?token=3bcda8f2aed2c8f1fdea1c020dadcf39&id=288&width=300&height=300&scale

In effetti lo stabilimento di Gissi in provincia di Chieti, è solo chiuso e loro solo in cassa integrazione, in una specie di limbo fino a novembre…”382 oramai ex-dipendenti dello stabilimento Golden Lady di Gissi in Abruzzo alle quali ,sebbene sia stato riconosciuto un ulteriore anno di cassa integrazione straordinaria, lo stato di crisi per la zona dove è ubicato lo stabilimento, che ne faciliterebbe la riconversione, non è invece stato ancora riconosciuto dal ministero.” 

Il 15 marzo si poteva leggere:”…La notizia delle ultime ore è rasserenante, pare che 120 operaie della ex Golden Lady abbiano sicuro il posto di lavoro. Una buona parte delle operaie della Omsa di Faenza cambieranno mansione, dalla produzione di lingerie alla produzione di divani, grazie a  un accordo per la ricollocazione dello stabilimento.”

“Questa mattina del 19 marzo 2012, protesta delle operaie della Golden Lady di Gissi, la fabbrica di calze da donna che l’azienda lombarda ha deciso di chiudere. Con fischietti e striscioni le dipendenti hanno presidiato la sede dell’assessorato regionale al lavoro, in Via Rieti, in concomitanza con un vertice programmato per esaminare la spinosa vertenza. “Su 382 dipendenti siamo 250 donne – ha detto Iolanda Di Tullio, una delle manifestanti – e rischiamo di andare tutte a casa. Attualmente lavoriamo in pochissimi e il 21 novembre scadranno gli otto mesi di cassa integrazione in deroga. Alla Regione chiediamo di attivarsi con agevolazioni fiscali che rendano possibile l’acquisizione dell’azienda di altri imprenditori. La Val Sinello è  morta – conclude l’operaia – chiuso l’ospedale, chiuse le aziende e chiuse pure le scuole. Non potremo andare a lavorare neanche al bar”.

Vi passo il loro racconto dell’8 marzo. Vi assicuro che lottano ogni giorno. Possiamo boicottare quello che gli   è più caro…IL VOTO, oltre che le calze.

Doriana Goracci

http://4.bp.blogspot.com/_hV6lwpWNu5Q/TKDvG_xWFoI/AAAAAAAAHtY/AEBx5cajRUo/s1600/centr-el.jpg

 


http://www.histonium.net/archivi/immagini/2012/I/IMG_3444aaa1111.JPG
Gissi, le operaie della Golden Lady “Ci hanno tolto speranza e dignità”

GISSI. Antonella, Tiziana, Giovanna. Il simbolo dell’8 marzo, in questa parte d’Abruzzo, sono loro, le operaie della Golden Lady. Nella giornata simbolo delle donne si ritrovano davanti allo stabilimento dove hanno lavorato per tutta una vita. Non ci si scambia auguri né mimose. Di colore giallo ci sono solo i cancelli automatici della fabbrica, che tre mesi fa si sono chiusi alle loro spalle. Ma loro sono ancora lì, dritte come querce, a non farsi piegare da logiche di mercato che spostano la produzione altrove e a reclamare quello che sono: non solo donne, ma anche lavoratrici. C’è chi è andata a riprendere i figli a scuola, chi ha sistemato il pranzo per la famiglia e rassettato la casa. Tutto di corsa perché alle 15 l’appuntamento è davanti alla fabbrica di calze. Si rivedono, si salutano, si scambiano convenevoli. Sembra l’inizio di un turno di lavoro, ma non lo è. Sono qui proprio perché il lavoro, quello di una vita, sicuro fino a un anno e mezzo fa, non ce l’hanno più. «Questa fabbrica era il fiore all’occhiello della Val Sinello, nessuno si aspettava che chiudesse per prima», riflette Antonella Ottaviani, ex operaia. Sono circa 250 le ex lavoratrici dello stabilimento, ma molte mancano all’appello. «C’è chi ha ancora paura ad esporsi», spiega una ex dipendente. Quelle presenti non hanno voglia di arrendersi e hanno scelto il giorno simbolo delle donne per ribadirlo. «Quest’anno viviamo la ricorrenza con tristezza e
con l’amaro in bocca», dice Fauzia Di Nella, per 23 anni dipendente Golden Lady, prima al reparto confezioni e poi responsabile del controllo misure, «ci hanno tolto la speranza, la dignità. Lavoro in giro non ce n’è e siamo penalizzate dall’età: abbiamo tutte da 40 anni in su. Gli imprenditori sono incentivati ad assumere giovani, noi che fine faremo? Penso al futuro dei miei figli: due stipendi in famiglia servivano non per avere di più, ma per sopravvivere». «Invece di festeggiare siamo qui per protestare il posto di lavoro», dice Iolanda Di Tullio, «viviamo un disagio fortissimo, la preoccupazione cresce e si trasforma in esasperazione. Le istituzioni non ci possono abbandonare. Le donne della Golden Lady pretendono attenzione dalla Regione, che si faccia carico del dramma sociale che le operaie stanno vivendo». Qui il presidente Gianni Chiodi non l’hanno mai visto. «Ringraziamo solo il presidente della commissione regionale industria e commercio, Nicola Argirò, e il presidente della Provincia, Enrico Di Giuseppantonio», ci tengono a puntualizzare. In questi mesi le operaie Golden Lady hanno portato la loro lotta a Pescara e poi a Roma, fino al ministero, e si sono abituate a stare sotto i riflettori. «Ormai stiamo spesso sui quotidiani e nei telegiornali», sospirano. Un concentrato di rosetto, mascara e grinta; femminilità e lotta per i diritti. «Abbiamo dato tanto per questa fabbrica: mai presi giorni di malattia e per avere un permesso facevi turni in più», sottolinea Carmela, «per che cosa poi?». Nel magazzino sta per iniziare un’assemblea sindacale per fare il punto della situazione sulla vertenza e le ipotesi di riconversione dello stabilimento. «Non abbiamo le idee chiare», spiega Tiziana, «ci dicono che riconvertire la fabbrica in un’altra attività è una cosa difficile, dovrebbero assorbire più unità operative per volta». «Ero qui quando proprietaria era la Sebino», racconta Loredana che ha lavorato a Gissi per 35 anni, «poi 23 anni fa la Golden Lady la rilevò. Ma erano altri tempi, non ricordo tutte le preoccupazioni di adesso, forse perché ero giovane». Nel 2012, invece, il domani è nero: la fabbrica delle calze ha chiuso, ha trovato una nuova casa in Serbia e non si sa chi prenderà il suo posto. «Ho 60 anni ormai, potrei starmene a casa», parla ancora Giovanna, «invece sono qui, l’8 marzo, a lottare per lavoro e diritti. Questa fabbrica ce l’ho nel cuore e mi dispiace per le mie colleghe: temo per il loro futuro come fossero mie figlie».

Altre notizie e foto su http://www.liquida.it/golden-lady/

http://claudiosala.files.wordpress.com/2012/01/omsa-2.jpg?w=500&h=500

Autore del post

- Capranica (Viterbo)



  • Doriana Goracci

    non è un aggiornamento ma qualcosa di meglio, un articolo scritto col cuore, oggi, da un’ altra donna.

    Un’operaia dell’Omsa che “non può dimenticare le macchine che ci venivano smontate sotto gli occhi”
    Turno della mattina. All’ora di pranzo è andata a casa e ha cercato la macchinetta fotografica. Poi nel pomeriggio quando le altre staccavano è tornata lì: davanti all’ingresso della fabbrica dove ha lavorato ventotto anni. Ha aspettato che uscissero le colleghe, senza riuscire a dire niente. E poi con loro, clic: ha immortalato l’ultimo giorno di lavoro alla Omsa. Foto di gruppo, per non dimenticare una vita di lavoro e tre anni di lotte per non perderlo. E adesso. “Adesso non riesco neanche più a parlarne, le colleghe mi dicono ‘ma come tu hai sempre avuto voglia di raccontare cosa è successo alla nostra fabbrica, di spiegare come ci siamo ritrovate da un giorno all’altro in cassa integrazione e ora? Io rispondo che ora mi sento un tale vuoto dentro che davvero non ce la faccio”. Nadia Liverani sta nella sua casa di Faenza, il 14 marzo ha finito il periodo di cassa integrazione e cominciato quello della cig in deroga. La sua storia professionale conla Omsa, come quella di altre 236 operaie, può dirsi definitivamente chiusa. Ne potrebbe cominciare una del tutto nuova con un’altra azienda, l’Atl Group, che produce divani. Ma chissà. “L’Atl ha comprato i capannoni e ci hanno detto che prenderà 120 persone, ma noi siamo 237 come posso essere soddisfatta? Per me non è un successo che 120 lavorino mentre l’altra metà resta fuori – commenta Nadia – e poi non sappiamo con quale criterio verrà fatta la scelta, i redditi, l’anzianità? Non si sa niente ancora, di certo per chi resta fuori è molto difficile trovare altro”. Qualcuno fa notare a Nadia che la sua visibilità, la disponibilità mostrata nel raccontare e combattere le potrebbero costare care: “Ci ho pensato…io che in questi tre anni ho sempre lottato e ho messo la mia faccia dappertutto, sui giornali, in tv, ecco io potrei trovarmi più in difficoltà, e forse per me le cose si potrebbero mettere peggio – ammette – ma cosa dovrei fare? Arrendermi? No semmai il problema è rimettersi in gioco a 48 anni, ricominciare, un altro lavoro, un altro ambiente, altre persone. In questo periodo mio figlio mi ha mandato più volte un sms – dice sorridendo – ‘Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso’. Quindi vado avanti”. Nadia si è sentita sempre sostenuta dalla sua famiglia, dal marito operaio che lavora “da 33 anni sempre nella stessa fabbrica, almeno lui” e da suo figlio che a 19 anni in sei mesi ha già cambiato tre lavori. “Ha cominciato a lavorare subito dopo la scuola, ha frequentato un istituto tecnico elettronico – racconta Nadia – e da due mesi lavora con contratto a termine in una ditta industriale che produce fibre di carbonio. Il primo lavoro che ha trovato doveva durare quattro anni invece è durato due mesi: non sono arrivate le commesse, niente ordini e il datore di lavoro, un piccolo artigiano, ha dovuto mandare a casa lui e altri ragazzi. A quel punto si è iscritto ad una di quelle agenzie che trovano il lavoro e dopo poco tempo è stato chiamato. Speriamo che duri”. L’idea di cambiare tanti lavori in poco tempo la preoccupa, anche se coglie una profonda differenza: “Per mio figlio sembra naturale cambiare un lavoro dopo l’altro, adesso è così mi dice. Lui non è teso per questo, ma per me è molto diverso. Io non ho 20 anni. Se penso che potrei trovarmi con un ragazzino come lui a dirmi cosa e come devo fare mi sento a disagio. Non posso dimenticare 28 anni di lavoro in un’azienda; non posso dimenticare le macchine che ci vengono smontate sotto gli occhi e portate via; non posso dimenticare i sacrifici, la fatica, le speranze. I sogni. Voglio continuare a lottare per questo”. E quel clic, quella foto di gruppo sta lí a ricordarlo.] Turno della mattina. All’ora di pranzo è andata a casa e ha cercato la macchinetta fotografica. Poi nel pomeriggio quando le altre staccavano è tornata lì: davanti all’ingresso della fabbrica dove ha lavorato ventotto anni. Ha aspettato che uscissero le colleghe, senza riuscire a dire niente. E poi con loro, clic: ha immortalato l’ultimo giorno di lavoro alla Omsa. Foto di gruppo, per non dimenticare una vita di lavoro e tre anni di lotte per non perderlo. E adesso. “Adesso non riesco neanche più a parlarne, le colleghe mi dicono ‘ma come tu hai sempre avuto voglia di raccontare cosa è successo alla nostra fabbrica, di spiegare come ci siamo ritrovate da un giorno all’altro in cassa integrazione e ora? Io rispondo che ora mi sento un tale vuoto dentro che davvero non ce la faccio”.

    Nadia Liverani sta nella sua casa di Faenza, il 14 marzo ha finito il periodo di cassa integrazione e cominciato quello della cig in deroga. La sua storia professionale conla Omsa, come quella di altre 236 operaie, può dirsi definitivamente chiusa. Ne potrebbe cominciare una del tutto nuova con un’altra azienda, l’Atl Group, che produce divani. Ma chissà. “L’Atl ha comprato i capannoni e ci hanno detto che prenderà 120 persone, ma noi siamo 237 come posso essere soddisfatta? Per me non è un successo che 120 lavorino mentre l’altra metà resta fuori – commenta Nadia – e poi non sappiamo con quale criterio verrà fatta la scelta, i redditi, l’anzianità? Non si sa niente ancora, di certo per chi resta fuori è molto difficile trovare altro”.

    Qualcuno fa notare a Nadia che la sua visibilità, la disponibilità mostrata nel raccontare e combattere le potrebbero costare care: “Ci ho pensato…io che in questi tre anni ho sempre lottato e ho messo la mia faccia dappertutto, sui giornali, in tv, ecco io potrei trovarmi più in difficoltà, e forse per me le cose si potrebbero mettere peggio – ammette – ma cosa dovrei fare? Arrendermi? No semmai il problema è rimettersi in gioco a 48 anni, ricominciare, un altro lavoro, un altro ambiente, altre persone. In questo periodo mio figlio mi ha mandato più volte un sms – dice sorridendo – ‘Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso’. Quindi vado avanti”.

    Nadia si è sentita sempre sostenuta dalla sua famiglia, dal marito operaio che lavora “da 33 anni sempre nella stessa fabbrica, almeno lui” e da suo figlio che a 19 anni in sei mesi ha già cambiato tre lavori. “Ha cominciato a lavorare subito dopo la scuola, ha frequentato un istituto tecnico elettronico – racconta Nadia – e da due mesi lavora con contratto a termine in una ditta industriale che produce fibre di carbonio. Il primo lavoro che ha trovato doveva durare quattro anni invece è durato due mesi: non sono arrivate le commesse, niente ordini e il datore di lavoro, un piccolo artigiano, ha dovuto mandare a casa lui e altri ragazzi. A quel punto si è iscritto ad una di quelle agenzie che trovano il lavoro e dopo poco tempo è stato chiamato. Speriamo che duri”.

    L’idea di cambiare tanti lavori in poco tempo la preoccupa, anche se coglie una profonda differenza: “Per mio figlio sembra naturale cambiare un lavoro dopo l’altro, adesso è così mi dice. Lui non è teso per questo, ma per me è molto diverso. Io non ho 20 anni. Se penso che potrei trovarmi con un ragazzino come lui a dirmi cosa e come devo fare mi sento a disagio. Non posso dimenticare 28 anni di lavoro in un’azienda; non posso dimenticare le macchine che ci vengono smontate sotto gli occhi e portate via; non posso dimenticare i sacrifici, la fatica, le speranze. I sogni. Voglio continuare a lottare per questo”. E quel clic, quella foto di gruppo sta lí a ricordarlo.
    Tullia Fabiani
    http://nuvola.corriere.it/2012/03/19/unoperaia-dellomsa-che-non-puo-dimenticare-le-macchine-che-ci-venivano-smontate-sotto-gli-occhi/

  • franco

    Non votare non serve anche perche’ non si risolve nulla . Ma votare compatti a Sinistra La vera Sinistra li fara’ cagare sotto

    • Doriana Goracci

      Abbiamo avuto modo, ho avuto modo…di vedere cosa è stata capace la vera sinistar(?) di fare quando è stata al governo. Non amo l’urna ma è soggettivo.

Occasioni

Ultime da Twitter

Archivio