Pensamientos y palabras: esta bian asì, editoriale di Fr@nk – pedro@postadelgufo.it

Hermanos y hermanas, buenas tarde.
Mi viene bene iniziare così, in omaggio a Tia Espana e alle sua straordinarie “Furias rojas”, questo breve intervento sul sorprendente (per me) Europeo degli Azzurri, cui restituisco volentieri la maiuscola.
Cesare Prandelli ha portato a termine la titanica impresa di ridare dignità a una Nazionale che in Sud Africa aveva fatto di tutto per farci dimenticare che era Campione del Mondo in carica. Ora l’iniqua legge che recita “i secondi non contano” potrebbe condannare l’Italia oltre i suoi quasi inesistenti demeriti, chiosando sui muscoli induriti di Chiellini o sulla scelta ininfluente, se non per l’aritmetica del risultato, di inserire Thiago Motta il cui cedimento strutturale ha portato la nostra Nazionale a giocare un’ora in dieci ( se non nove) contro campioni in cerca di rivalsa (Torres) o calciatori affamati di visibilità a buon mercato (Mata).
Spero non accada, spero che per una volta il revisionismo “a posteriori” ci risparmi dietrologie su eventi limpidi come acqua di rocca.
La Spagna di Vi(n)cente del Bosque è un osso ancora troppo duro per i denti degli Azzurri. Giocare contro una squadra composta da giocatori che negli ultimi quattro anni hanno vinto tutto con la “furia” o il Barcelona, non è come affrontare la sopravvalutata Germania “Campione del mondo delle partite amichevoli” o la timida Inghilterra che Roy Hogdson ha ereditato da Capello. Questa è un’altra lana, ci corre quanto fra il cashmire e lo shetland.
Fate un breve conto di quanti spagnoli hanno disputato una grande finale europea, e di quanti azzurri si possa dire altrettanto. Fate il confronto su questo tipo di esperienza fra Iniesta e Montolivo, fra Xavi Hernandez e Marchisio, fra Piqué e Bonucci, fra Sergio Ramos e Barzagli, fra Fabregas e chi volete voi.
Il risultato è “parecchi a pochi” e non dev’essere stato ininfluente sull’esito finale.
Temevo la sconfittta, le cui dimensioni sono state ingigantite dalla mala suerte oltre i demeriti di Prandelli e dei suoi.
Questa paura mi graniva dentro soprattutto per una banale considerazione che non avevo sentito fare da nessuno e che non mi appariva priva di senso: la difesa spagnola, in gare ad eliminazione diretta, non subiva gol dai Mondiali del 2006, 1-3 con la Francia (Ribery, Viera e Zidane).
Poi basta, poi solo vittorie “a zero” o pareggi a reti bianche e vittorie ai rigori.
Quarti, semifinali e finale agli Europei 2008, ottavi, quarti, semifinali e finale ai Mondiali 2010, quarti e semifinale in questo torneo: Italia, Russia, Germania, Portogallo, Paraguay, ancora Germania, Olanda, Francia, e ancora Portogallo. Totale: nove partite, contro sette avversarie diverse, zero gol subiti.
Una prestazione che ha dell’incredibile.
0-0, 3-0, 1-0, 1-0, 1-0, 1-0, 1-0, 2-0, 0-0 la lista degli “scores”.
Conveniamo che c’era da preoccuparsi.
E qui si arriva ai verbi difettivi..
Una pericolosa euforia, dopo un’ingiustificata depressione, si è impadronita dei nostri commentatori e critici televisivi.
Uno sgradevole brivido mi è corso lungo la schiena nel finale di Italia – Germania, quando Bruno Gentili e Beppe Dossena, profilandosi all’orizzonte una finale con la Spagna, hanno dichiarato che non avrebbero cambiato “il nostro centrocampo con il loro”.
Le parole hanno un peso anche nel calcio, e spesso anche un nome.
Da noi, nella polemica Toscana, questa affermazione si definisce “un bella bischerata”.
Non solo ma ho anche sentito dirne per i porcelli sulla prestazione della Spagna nella semifinale con il Portogallo: lenti, stanchi, sfiniti, involuti, prevedibili, perfino noiosi.
A parte che porta male, a me non era sembrato che fossero così disgraziati gli spagnoli al cospetto del Portogallo di Cristiano Ronaldo autore, mi dicono , di appena 69 reti in 68 partite.
Vi(n)cente Del Bosque se n’è preoccupato e l’ha imbrigliato magistralmente, poi ha vinto ai calci di rigore, cosa tutt’altro che disdicevole visto che noi ci abbiamo vinto persino un Mondiale.
Qui si arriva a Don Cesare Prandelli e al suo modo di intendere il calcio.
Io lo apprezzo, altri tifosi viola molto meno, sfatiamo anche questo mito.
Questione di gusti e della sua falsa malleabilità.
In lui, da chi non lo ha seguito da vicino, viene scambiata l’educazione con altre qualità umane quali la intraducibile “prudentia” che il mio professore di liceo attribuiva a Quinto Fabio Massimo, incazzandosi potentemente quando noi, ignoranti in maniera esemplare, la traducevamo con “prudenza” o peggio ancora con “timore”
Bene, Cesare, non ce l’ha. La “prudentia”, voglio dire, e forse nemmeno la prudenza.
A Firenze l’ho visto affrontare l’Inter e il Messina allo stesso modo.
E non sempre è andata bene. Sacchi, l’estremista, diceva “l’avversario non conta”, ma aveva Baresi, Maldini, tre olandesi di quelli che vincevano e a volte nemmeno a lui andava bene.
E’ il prezzo per cambiare la mentalità, per sperare un giorno di affrontare davvero una partita senza tener conto dell’avversario, di poter dire “Piacere, noi siamo l’Italia e ve ne accorgerete”.
“Longa est la strada ma retto è il cammino” cantavano in Brancaleone alle Crociate e bisogna ricordarsene sia quando si vince che quando si perde, la nostra Gerusalemme è ancora lontana.
Chiudo qua con un esempio per me illuminante di quanto ho cercato di spiegare.
Da ragazzo mi piaceva veder giocare a biliardo e un giocatore del mio paese mi ammoniva più o meno così quando mi esaltavo per qualche colpo da virtuoso:- “Vedi, a biliardo, se giochi di soldi, non devi aver paura di chi imbrocca un colpo da circo equestre, ma di chi vince. Qui conta vincere. Se io vado a Pistoia, dove non mi conoscono e anch’io conosco pochi giocatori, se so che ce n’è uno che da tre anni non perde una partita a goriziana, cerco di giocarci a cinque birilli. Magari perdo lo stesso, ma almeno non passo da bischero”
Ecco, noi abbiamo deciso di giocare a calcio con una squadra che non prendeva un gol in partite secche da sei anni, che aveva vinto un Europeo e poi un Mondiale senza contare le Coppe dei Campioni e Intercontinentali e le Supercoppe vinte dal Barcelona.
Ed è finita come poteva ( e forse doveva) finire: siamo passati da bischeri, ma questo, se ci crediamo davvero al sogno, non conta.
P.S. visto che parliamo di Spagna, stringiamoci attorno a una ragazza spagnola sfortunata: Maria de Villota, piede pesante e collaudatrice della Marussia che ora lotta per sopravvivere a un terribile incidente. Siamo tutti con lei, anzi “estamos todos con ella” .
Olé.

Fr@nk
mailto:pedro@postadelgufo.it









