Miniere

Cerreto di Spoleto è un piccolo comune tra le montagne dell’appennino umbro marchigiano, in provincia di Perugia, quasi ai confini con le Marche. E lì ogni anno in questo periodo, torna il signor Franco, Checco per amici e parenti, che decise un giorno di partire ed andare a lavorare in miniera. Giovanissimo si recò in Belgio, uno dei posti in cui la manodopera italiana ma non solo, era richiesta fortemente. Le miniere di carbone infatti, videro nel periodo post bellico la massima attività svolta allo sfruttamento del fossile, molto richiesto in una Europa ancora sconvolta e disfatta dalla guerra. Checco vinse con la fatica, la diffidente ostilità del piccolo paese europeo, allora mai troppo ospitale per chi andasse a lavorare nelle viscere della terra. Vicino Moms lavorò duro per cinque anni, luogo non lontano da Marcinelle e da quel pozzo denominato Bois du Cazier dove la mattina dell’otto agosto del ’56 trovarono la morte 262 lavoratori, in gran numero italiani. Molti avevano la medesima storia di Checco, che poi ha ben guardare può essere simile ai tanti che in questi giorni, ammassati sui barconi della speranza, approdano quando va bene, sulle nostre coste, con il solo motivo di provare a rendere migliore la vita misera che si sono ritrovati addosso. Questo paese ha da tempo perso la memoria, faticando colpevolmente ed in maniera delinquenziale a volte, nel ricordare da dove molti di noi provengono. Inciso; avevo un professore di tecnica alle medie, scorbutico se non manesco pure, che amava raccontare dei suoi trascorsi da migrante nel nuovo mondo, in quell’Australia che ai nostri occhi ora costituirebbe un approdo tra i preferibili, ma che prima, sempre dopo la guerra, tanto ospitale pare non fosse. In particolare con le genti italiche. Tornando alle miniere del Belgio, confesso una certa smodata curiosità per saperne di più, oltre le storie che ogni anno puntuali alle doverose commemorazioni, divengono argomento di discussione. Ed allora approfitto della presenza del signor Franco, che torna ad ogni estate nei luoghi d’origine per una vacanza con la famiglia, a cui credo faccia piacere il raccontare il suo passato, raccontando al tempo quello di una generazione intera. Una generazione disorientata e spaurita dalla seconda guerra mondiale, che tanti lutti provocò, minando la sicurezza delle persone tutte, rendendo le loro menti fertili ai ricordi dolorosi e buii che vissero. 262 su un totale di 274 persone morirono in quell’inferno, per ragioni mai completamente accertate da quanto ne so, ivi compreso la difficoltà di comunicare con una lingua nuova, ai più sconosciuta. Rimane tutta la tragedia immane che colpì quegli sventurati, e la comunità italiana tutta, che aveva portato in dote all’industria nascente del paese le proprie di sventure. Dobbiamo ricordare altresì che nel grande flusso migratorio verso il Belgio, gli italiani rappresentavano la maggioranza. Checco mi ha raccontato che da Cerreto di Spoleto altri suoi coetanei intrapresero il viaggio, per poi rinunciare. Suo fratello provò pure, ma si ritrasse quasi immediatamente. Lui, che veniva da lavori precari e sottopagati [una costante del lavoro anche nei tempi andati, lo sappiamo] in uno dei panifici della grande città, si convinse a partire. Non racconta delle sensazioni che provò allora, ma lo sguardo proteso lontano dice molto. Lasciare il proprio paese, i propri cari, gli amici, magari gli amori in erba, deve essere un qualcosa di lacerante per alcuni aspetti. D’altro canto la speranza di migliorare la vita è una motivazione fortissima, quando la vita che si vivrà si ritiene sarà senza grosse speranze. Il lavorare sotto terra poi, (la mente segue i racconti cercando di immaginarne i silenzi e la totale assenza di sole) rimane credo un’esperienza lavorativa durissima, a cui non riesco a guardare senza una certa dose di terrore. All’epoca il lavoro era oltretutto un elemento con meno fattori di protezione e sicurezza, così come minore era forse la considerazione di chi quei lavori in assenza di luce, svolgeva. Dobbiamo dire che anche oggi nel nostro paese come in altri, il lavoro come valore fondante della società civile è piuttosto in ribasso. Ed allora tornano importanti i racconti di Checco e di coloro che hanno lavorato in certi luoghi, così come la sensazione di sofferenza va fatta conoscere alle nuove generazioni. Non voglio volutamente usare la parola disgusto, ma quello si percepisce nei racconti delle giornate lavorative le immagini di persone che nel buco nero della terra, venivano colte da bisogni corporali che facevano lì, sul posto, con tutto quello che possiamo immaginare. Persone dalle storie simili di quelle di chi a Marcinelle furono meno fortunati. Le volte delle miniere per quanto messe in sicurezza possono cedere al peso del mondo sovrastante. Molte volte si è avuto un buon fine, come ad esempio per i minatori cileni di qualche anno addietro, come alcuni peruviani in questi giorni. Meno fortunati furono alcuni cinesi, in una delle più grandi miniere attive del mondo alcuni anni orsono. In un singolare e tetro internazionalismo del pericolo. Lavorando nelle viscere della terra, nascosti alla luce rassicurante e vitale del sole si può morire in ogni istante quasi naturalmente. Neppure i minatori in sciopero della miniera di platino sudafricana di Marikana, si sono accorti della morte imminente che li ha colsi alcuni giorni fa. Ma essi non erano sul luogo di lavoro, cercavano di difenderlo quel lavoro, per quanto duro e disumano fosse, in piena luce diurna. Ma sono morti comunque, abbattuti dai colpi di arma da fuoco della polizia sudafricana, chiamata a difendere gli interessi di una multinazionale britannica. Come ai tempi nefasti dell’apartheid, una protesta legittima si è tramutata in tragedia, con la polizia che non ha esitato ad aprire il fuoco, uccidendo 34 persone. La dura legge della miniera stavolta però c’entra poco nulla. La stessa cosa sarebbe potuta accadere per lavoratori di un settore diverso, ed ho paura pure a diverse latitudini. Il lavoro e i suoi personaggi principali sono in disuso in una società governata ed asservita dallo spread, che tutto gestisce ed influenza, con buona pace dei tanti Checco della storia passata e futura che pur di migliorare la vita, non hanno esitato a rinunciare persino al sole.
Guido,
che insieme a Marcinelle vuole ricordare la lotta dei lavoratori del mondo intero.









