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Clandestini in Parlamento: aveva ragione Silvio

By: ilBuonPeppe [ 27 Giugno 2008 ]

Quel che è giusto è giusto: bisogna saper riconoscere la verità, anche quando questa arriva dall’avversario. Silvio ce l’aveva detto che alle elezioni ci sarebbero stati i brogli, ma non gli abbiamo voluto credere, lo abbiamo preso in giro, ci siamo fatti quattro risate delle sue paure.
Roma, 27 marzo 2008: “ho un solo incubo, quello dei brogli“.
Taormina, 29 marzo 2008: “stiamo mettendo in campo un esercito di 120 mila persone contro gli imbrogli della sinistra“.
Chieti, 9 aprile 2008: “sono sicuro che vinceremo che ce la faremo anche se la sinistra metterà in campo la sua abilità nel fare brogli“.
E invece aveva ragione lui: ci sono stati i brogli!

Se non fossimo stati così prevenuti, lo avremmo saputo anche noi. In fondo anche il ministro dell’interno Amato lo aveva detto: il rischio di brogli elettorali era reale, e il ministero stava predisponendo le misure necessarie ad evitarli.
Ma i brogli ci sono stati lo stesso.

Il protagonista della storia è un neo-senatore, tale Nicola Di Girolamo, eletto nella circoscrizione “estero - Europa”, e la storia… No, la storia non ve la racconto io, che da buon malfidato potrei travisare i fatti, ma ve la riporto prendendo direttamente la documentazione ufficiale reperibile sul sito del Senato.
Prima di lasciare la parola ai fatti, faccio solo una premessa, che peraltro dovrebbe essere superflua: un cittadino che si vuole candidare nelle circoscrizioni “estero”, deve essere residente all’estero, essere iscritto all’AIRE (albo degli italiani residenti all’estero) e certificare la sua residenza al consolato. Ed ora la storia, come descritta dai giudici nei documenti citati.


Il Di Girolamo nella sua richiesta di iscrizione all’A.I.R.E. del Comune di Roma ha dichiarato falsamente di essere residente in Belgio, nel Comune di Etterbeek, Avenue de Tervueren n. 143. Tale affermazione, si è subito rivelata falsa in quanto, tra l’altro, nel territorio del Comune di Etterbeek non esiste alcuna Avenue de Tervueren n. 143. […]
Gli ulteriori accertamenti espletati hanno consentito di verificare come il Di Girolamo Nicola Paolo non abbia mai risieduto nel territorio di quei Comuni e come lo stesso non abbia mai presentato, presso gli uffici amministrativi competenti, una domanda finalizzata ad ottenere la residenza e/o un permesso di soggiorno.
Il Di Girolamo risultava assolutamente sconosciuto all’anagrafe belga, per cui alcun diritto collegato alla residenza in tale luogo, avrebbe mai potuto esercitare.
[…]
In data 5.3.2008, sempre presso gli uffici del Consolato, il Di Girolamo si presentava da Mattiussi Aldo, collaboratore amministrativo a contratto, addetto all’ufficio notarile del Consolato d’Italia a Bruxelles, insieme all’amico ed ex collega di quest’ultimo, Cilli Oronzo. Il Mattiussi autenticava la dichiarazione dell’indagato di accettazione della candidatura in cui, sempre falsamente, il Di Girolamo dichiarava di essere residente nel territorio di quella ripartizione elettorale. Il Mattiussi rilasciava all’indagato, pure in mancanza della necessaria delega del Console competente, una certificazione consolare, che lo stesso Mattiussi sottoscriveva “per il Console”, in cui si attestava che il Di Girolamo era residente nella ripartizione elettorale del Consolato di Bruxelles ed era, di conseguenza, iscritto nelle relative liste elettorali. Il Mattiussi rilasciava tale attestazione, malgrado nel sistema informatico dell’anagrafe consolare (a suo dire consultata per il rilascio della citata certificazione, vedi dichiarazione del 30.4.2008), vi fosse l’annotazione che si era, e sin dal 14.2.2008, in attesa dei documenti che avrebbero dovuto attestare l’effettiva residenza del Di Girolamo in Etterbeek.
Cilli Oronzo, sentito in ordine ai fatti dichiarava espressamente quanto segue: “Mattiussi mi chiese di chi era quell’indirizzo forse per sapere se era un indirizzo reale ed io gli dissi che era il mio indirizzo e che il Di Girolamo avrebbe preso quell’indirizzo“.
[…]
In sede di interrogatorio, davanti al P.M. […] il Di Girolamo in questa occasione, evidentemente ormai consapevole che l’indirizzo in precedenza fornito (Avenue de Tervueren 143) non è situato nel territorio del Comune di Etterbeek come da lui più volte affermato nelle false dichiarazioni rese, indicava Bruxelles quale Comune di residenza, mentre il Comune nel cui territorio si trova “Avenue de Tervueren 143″ risulta essere Woluwe Saint Pierre, come a lui ben noto per avere presentato, solamente in data 8 maggio 2008, quindi due giorni prima dell’interrogatorio, la richiesta per ottenere la residenza.
[…]
Cilli Oronzo, titolare dell’appartamento situato in Avenue de Tervueren n. 143 Woluwe Saint Pierre […] davanti ai P.M. ha dichiarato che il Di Girolamo non aveva mai risieduto o abitato presso quell’indirizzo; si trattava di un indirizzo di comodo che lui stesso aveva fornito al Di Girolamo su richiesta di un suo amico.
Convocato presso gli uffici della Procura della Repubblica, Cilli Oronzo, dopo aver tentato di confermare la presenza del Di Girolamo nell’abitazione di Avenue de Tervueren n. 143 ha, poi, dichiarato in maniera chiara e precisa quanto segue: “il Di Girolamo sino ad oggi non ha mai abitato a casa mia in Rue de Tervuren 143; è passato qualche volta per vedere la casa ma non vi ha mai abitato“.
[…]
Cilli ha riferito, altresì, che il Di Girolamo pochi giorni prima che scadesse il termine per il voto all’estero lo chiamò per chiedergli di ritirare un plico elettorale a lui indirizzato, presso il Consolato. Il Di Girolamo era stato avvertito dell’arrivo del plico dal Mattiussi . Il Cilli a sua volta ricevuta la richiesta dal Di Girolamo chiamò il Mattiussi per essere sicuro che effettivamente il plico fosse pervenuto al Consolato. Ricevuta la conferma dell’arrivo del plico il Cilli, non trovandosi a Bruxelles, incaricò del ritiro del documento il suo amico Ferrante Dario, persona che occupava di fatto l’immobile di Avenue de Tervueren n. 143. Quest’ultimo si recò in Consolato dal Mattiussi e ritirò, senza apporre alcuna firma per ricevuta, il plico elettorale destinato a Di Girolamo. Il predetto diede incarico al Cilli di far aprire il plico elettorale al Ferrante e di farlo votare a suo nome, assicurandolo che avrebbe fatto pervenire “una delega” che lo avrebbe legittimato, a suo dire, a votare al suo posto. Il Ferrante “votava” al posto del Di Girolamo e rispediva il plico elettorale al Consolato.

E’ talmente chiaro che non c’è alcun bisogno di commentare.
Il giudice fa il suo lavoro, gli interessati confessano, i fatti vengono confermati dai documenti: più semplice di così! Quindi il tribunale trasmette gli atti per competenza al Senato, con la richiesta di autorizzazione a procedere; e di mettere agli arresti domiciliari l’interessato per evitargli di frequentare il Senato che occupa abusivamente.
La giunta elezioni e immunità parlamentari si riunisce, e in tre sedute decide che… il Di Girolamo è un perseguitato politico, per cui l’autorizzazione a procedere viene negata.
C’era da dubitarne?

Una persona produce dichiarazioni e documenti falsi, grazie a questi (e alla “collaborazione” di alcuni amici) si candida senza averne diritto, fa addirittura votare altri al suo posto, viene eletto e va ad occupare abusivamente un posto in Senato. E secondo la giunta (composta da suoi colleghi) è anche un perseguitato!
Vi fa sorgere qualche domanda, sapere il Di Girolamo è del PdL e che nella giunta suddetta sono presenti tutti i partiti (opposizione compresa)?
E vi dice qualcosa il fatto che uno dei legali del Di Girolamo si chiami Carlo Taormina?

Aveva ragione Silvio: alle ultime elezioni ci sono stati dei brogli. Perché non gli abbiamo dato retta?
Mi rimane solo un dubbio: i parlamentari eletti abusivamente, rientrano nella definizione di “clandestino” da cui questo governo vuole liberarci? Sarebbe la prima buona notizia.

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PS: Chiedo scusa a tutti, ma nell’articolo ho commesso un piccolo errore di omissione. La giunta ha deciso di negare l’autorizzazione a procedere, ma l’iter non è ancora concluso. Questa proposta (votata dalla giunta all’unanimità) verrà portata davanti all’assemblea del Senato, perché è questa (e non la giunta) che decide l’autorizzazione o meno.
I casi in cui l’assemblea parlamentare è andata contro le decisioni delle giunte su questi temi, sono eventi rarissimi, verificatisi solo in casi particolarmente gravi. E non credo proprio che questo caso si discosterà dalla norma.

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L’Italianic e l’Aventino dorato

By: ilBuonPeppe [ 19 Giugno 2008 ]

Ecco, l’hanno fatto. Si sono offesi e l’hanno fatto di nuovo. Cavolo però, come sono permalosi!
Io sinceramente non capisco la gente che si offende; sarà che sono un tipo semplice, sarà che non considero l’orgoglio una virtù, sarà che evito di frequentare persone che non stimo, sarà quello che volete, ma non vi so dire quand’è stata l’ultima volta che mi sono offeso.
Perché offendersi? Che senso ha? Se una persona non ti piace, stai alla larga; se non hai stima di una persona, non ce l’hai neanche di quello che dice; se consideri qualcuno un bastardo, non c’è motivo di pretendere il suo rispetto. Non so voi, ma ogni volta che vedo qualcuno offendersi, e magari lo fa in maniera plateale, ho sempre l’impressione che abbia la coscienza sporca.

Invece c’è gente che si offende di continuo. O meglio… c’è gente che fa finta di offendersi. Perché è ora di gettare la maschera e dire le cose come stanno: questi qui fanno finta, sono fasulli, dal primo all’ultimo. Come? Ah, già! Non vi ho detto ancora di chi sto parlando.
Parlo dei parlamentari della cosiddetta sinistra; scusate se uso ancora il termine obsoleto e velleitario di “sinistra”, ma è solo per comodità. In realtà la sinistra in Italia non esiste più da molti anni. Come la destra.
Insomma, questa sinistra si è offesa perché il governo ha fatto inserire nel pacchetto sicurezza (una bestialità di cui parleremo prossimamente), attualmente in discussione al Senato, il famoso emendamento detto “salva-premier”. Si è offesa e se n’è andata, si è ritirata sul suo Aventino. Mi ricorda qualcosa…
L’emendamento è stato approvato, Sua Bassezza si è parato il culo per l’ennesima volta, il sistema giudiziario italiano è stato ulteriormente umiliato, un altro pezzo di Costituzione è stato cancellato. E via così, avanti tutta verso nuovi abissi!

Va detto anche, per onestà intellettuale, che se la sinistra fosse rimasta in aula a fare un’opposizione seria, non sarebbe cambiato niente; i numeri sono tali che possono far passare qualsiasi cosa.
In fondo non c’è niente di sorprendente o di inatteso: si sapeva, perché lo avevano già fatto in occasioni precedenti e perché era stato sbandierato in campagna elettorale, quali fossero le intenzioni di questa banda. Intenzioni che stanno diventando, una alla volta, fatti concreti. In tanti parlano di fascismo strisciante, ma io non vedo strisciare niente: qui si galoppa a briglia sciolta, in maniera assolutamente limpida e coerente. E infatti non è con loro che me la prendo.

Chi è che a partire dal 1994 ha difeso il diritto di Berlusconi di candidarsi e di entrare nei palazzi della politica? D’Alema e tutta la sinistra. Il tutto in barba al fatto che ci fossero le leggi che lo proibivano per il fatto che era titolare di concessioni pubbliche. “Se gli italiani lo votano…” è stata la difesa d’ufficio di una violazione di legge. Ma gli italiani sono persone, e possono sbagliare; e due cose sbagliate non ne fanno una giusta. Così si è permesso ad un personaggio gravemente inguaiato, sia dal punto di vista economico che da quello giudiziario, di conquistare il potere e di risolversi i suoi problemi.
E tanto per tornare a tempi più recenti, non è stato Veltroni che lo ha riabilitato come leader della coalizione opposta, dopo che i suoi stessi alleati lo avevano scaricato? Era morto e sepolto (politicamente) e il buon Walter lo ha resuscitato come un novello Lazzaro, anzi un lazzaro’.
Lo stesso Walter che neanche due mesi dopo (un tempismo sinistramente perfetto), ha innescato la crisi del governo Prodi con la dichiarazione che ha fatto infuriare Mastella: “Alle prossime elezioni noi correremo da soli“.
Sempre lo stesso Walter che in campagna elettorale si è rifiutato di combattere l’avversario, perché ci vuole rispetto e bisogna saper dialogare con tutti. Anche con chi fa a pezzi la Costituzione?

Se oggi Sua Bassezza è di nuovo al comando dell’Italianic lo dobbiamo a D’Alema, a Veltroni e a tutta questa sinistra che non ha voluto (stavo per scrivere “saputo”, ma la loro non è incapacità) combattere i veri nemici della democrazia; che non ha voluto costruire un’alternativa valida e credibile; che ha approfittato delle occasioni in cui è stata al governo non per raddrizzare le tante storture del nostro povero paese, ma per farsi gli affari propri.
Se avessero un briciolo di responsabilità e di coerenza, sarebbero usciti dall’aula, sì, ma per sempre. L’unica cosa onesta che questa sinistra può fare è dimettersi in massa da tutte le cariche che occupa, e non farsi più vedere. (Oddio, ho messo le parole “onesta” e “sinistra” nella stessa frase…)
Il guaio è che i privilegi di cui godono sono tali che non ci rinunceranno mai volontariamente; privilegi paradossalmente ancora più godibili ora che stanno all’opposizione, dal momento che non hanno la preoccupazione di dover governare. In fondo a loro va bene qualsiasi cosa, purché possano continuare a razzolare liberamente nella greppia che noi gli paghiamo. Ogni tanto sbraitano un po’ per cercare di salvarsi la faccia, magari si ritirano per qualche ora, dicono peste e corna dei loro (presunti) avversari, si invitano in tutte le trasmissioni a recitare la loro parte. Poi si ritrovano per la cena con i loro colleghi, che nel frattempo hanno portato a termine la malefatta del giorno, e si raccontano barzellette sugli italiani.

Quando la nave affonda i topi scappano; e non riusciamo a capire come mai questi invece restano sempre lì. Beh, ho capito il perché: i topi stanno su un’altra nave.
Sarà una lunga notte…

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Europa sì, Europa no

By: ilBuonPeppe [ 15 Giugno 2008 ]

Ci risiamo. A dimostrazione del fatto che sono sempre più rari i casi in cui l’esperienza viene messa a frutto, le istituzioni europee ci hanno riprovato: e di nuovo hanno preso legnate. Il lupo perde il pelo ma non il vizio; potremmo anche liquidarla con una battuta, ma a ben vedere c’è poco da ridere.
Nel 2004 a Roma si firmò la Costituzione europea, e l’anno successivo i referendum tenuti in Olanda e Francia ne hanno fatto carta straccia.
L’anno scorso con il trattato di Lisbona si prova nuovamente ad introdurre una carta fondamentale dell’unione europea; e qualche giorno fa è arrivata puntuale la mazzata che ne consacra il fallimento, grazie al referendum irlandese.

C’è chi per l’occasione ha fatto festa, e chi invece si è arrabbiato con gli irlandesi. Non ho ancora visto però qualcuno che sia andato un po’ più in là, a cercare le cause di questi fallimenti.
Non voglio dilungarmi sulle ragioni di chi festeggia lo scampato pericolo (ammesso e non concesso che lo sia); quello che ho letto sono per lo più preconcetti non supportati da fatti concreti, ammantati da un non troppo velato razzismo. Né merita commento la boiata secondo cui il trattato di Lisbona introdurrebbe la pena di morte.
Chi invece si dispiace per l’occasione persa, si lamenta del fatto che basti l’uno per cento (secondo alcuni anche meno) dei cittadini europei per affossare un progetto di tale portata, cosa molto poco democratica. Chi non vuole stare in Europa è libero di andarsene, ma perché deve impedire agli altri di andare avanti? A metterla così non fa una piega, eppure è un ragionamento che non funziona. Sono le stesse norme europee che stabiliscono l’esigenza di una unanimità; esigenza che può essere giusta o sbagliata, ma che è stata scelta liberamente, e quindi democraticamente, dai paesi membri. E se gli irlandesi hanno votato contro, lo hanno fatto democraticamente, perché una legge (democratica pure quella) stabiliva che ci volesse un referendum per accettare un trattato europeo.
Così come la nostra costituzione italiana (che sfido chiunque a definire non democratica) stabilisce il divieto di indire referendum sui trattati internazionali; le leggi si applicano e, se necessario, si cambiano, ma non possono essere disattese solo perché qualcuno in un certo momento decide che non gli fa comodo.
Quello che è avvenuto, oggi come tre anni fa, è semplicemente l’applicazione di leggi esistenti e l’esercizio democratico dei propri diritti i cittadini. Il resto sono chiacchiere da bar.

Nel merito invece ci sarebbero tante cose da dire, perché entrambi i progetti falliti si proponevano di regolamentare una quantità di aspetti decisamente ampio; questioni anche molto importanti che avrebbero avuto ben più di una ricaduta sulla vita di tutti noi. E qui sta il problema: era troppo.
Una costituzione, per sua natura, non dovrebbe preoccuparsi di stabilire norme dettagliate su singoli aspetti della vita dei cittadini, sul funzionamento dell’amministrazione e così via; dovrebbe stabilire i principi intorno ai quali ci si riconosce, i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini, e le linee guida generali lungo le quali si deve muovere tutta la comunità. Punto.
Oggi più che mai, con un’Europa composta da 27 paesi, disomogenea e con esigenze molto diverse, è essenziale ricostruire le fondamenta; invece si è cominciato a tirare su solai, muri e scale senza una solida base su cui appoggiarli. Si voleva arrivare troppo rapidamente al tetto e, ovviamente, il tutto è crollato al primo soffio di vento. Vogliamo anche far finta di essere sorpresi?

Il trattato di Lisbona, così come la costituzione di tre anni fa, è fondamentalmente un insieme di norme economiche, che parlano di mercati, di banche, di eserciti; non parlano di persone. Ha ragione Carotenuto quando dice che l’Europa deve diventare un soggetto politico, ma non può farlo se non parla di persone, se si limita ad occuparsi di commercio e di soldi.
Tanto per dirne una, la politica agricola europea è una delle cause che impediscono ai paesi africani e sudamericani di svilupparsi come meritano; noi sovvenzioniamo i nostri agricoltori e impediamo ai prodotti esteri di entrare nel mercato, però imponiamo al sud del mondo di aprire i suoi mercati per creare spazio alle nostre merci. (A proposito… sapete chi è l’agricoltore europeo primo per contributi ricevuti? La regina d’Inghilterra!)
Stando così le cose, cosa ci differenzia dalle potenze coloniali dell’800? Cosa ci rende tanto diversi da un regime corporativista? E’ questa l’Europa che dovremmo difendere? Questo è quello che ci dovrebbe far sentire uniti?

Tre anni fa ho fatto una ricerca: nella costituzione europea la parola più frequente era “banca”. Non ho ripetuto la ricerca sul nuovo trattato, ma la sostanza è molto simile, e questo la dice lunga su quali siano le vere priorità.
L’Europa è un grande progetto, ma è impostata male: è un mercato mentre dovrebbe essere una comunità, è un soggetto economico mentre dovrebbe essere un soggetto politico. Le stesse persone sono considerate merci. L’impressione è che si vogliano rincorrere quei modelli (Stati Uniti e Cina in particolare) che fondano la propria potenza sullo sfruttamento e sulla sopraffazione.

Un’Europa unita politicamente potrebbe veramente fare la differenza in un mondo che sembra sempre più votato all’autodistruzione; ma c’è qualcuno che è disposto a percorrere un’altra strada?

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Finanza creativa, mooooolto creativa

By: ilBuonPeppe [ 30 Maggio 2008 ]

Tremonti è un genio. Sì, sto parlando proprio di Giulio Tremonti, ministro dell’economia del nostro devastato paese; il politico più antipatico, arrogante, odioso ed insopportabile che ci sia. Dopo D’Alema, ovviamente.
E non sono impazzito, ma devo onestamente riconoscere che il soggetto ha delle qualità assolutamente fuori dall’ordinario; solo un genio si sarebbe potuto inventare una cosa del genere, renderla di pubblico dominio, e vantarsene come se avesse risolto il cubo di Rubik.
Di cosa sto parlando? Di Alitalia, tanto per cambiare.

L’argomento è piuttosto complicato, ma vediamo se riesco a spiegarla in maniera semplice. E partiamo facendo un piccolo passo indietro.
Vi ricordate la campagna elettorale? Ad un certo punto è entrata nei dibattiti la questione Alitalia; c’era in ballo la trattativa con AirFrance che sarebbe stata disposta a comprarla, poi è arrivato Sua Bassezza e, come sua abitudine, ha rovesciato il tavolo mischiando tutte le carte. Così si è cominciato a parlare di ipotetiche “cordate”, di difesa dell’italianità, e altre menate campate per aria; fantasie che le tre scimmiette (Prodi, Padoa e Schioppa) hanno giustamente definito baggianate inconcludenti e dannose.
Poi, passate le elezioni, di fronte al nulla (AirFrance aveva ritirato la sua offerta) che aspettava Alitalia, il governo delle tre scimmiette ha deciso di concedere l’ennesimo prestito per consentire alla compagnia di sopravvivere a stento finché il nuovo governo non fosse stato nel pieno dei suoi poteri. Cento milioni (100.000.000) di euro per qualche settimana di respiro, poi la patata bollente sarebbe passata nelle mani di qualcun altro.
Sua Bassezza però ha ritenuto la cosa non sufficiente, e ha chiesto al governo di rivedere la cifra, che così sale a trecento milioni (300.000.000) di euro. Esilarante il commento di Padoa Schioppa: “il Governo in carica per gli affari correnti ha ritenuto che la bontà della proposta alternativa giustifichi l’atto di responsabilità di non far venire meno questa disponibilità e da questo discende il fatto che l’importo sia stato quello richiesto per attuare la soluzione tra poche settimane“. Fino al giorno prima aveva deriso le cordate e le altre ipotesi alternative, poi improvvisamente parla di “bontà della proposta”. Eh, la coerenza…

Così altri trecento milioni, di proprietà dei cittadini italiani, passano nelle casse di quel pozzo senza fondo che è Alitalia. A proposito, due chicche. Lo sapevate che i trecento milioni sono stati presi dai fondi destinati alla ricerca? Lo sapevate che negli ultimi 20 anni, Alitalia ha chiuso in perdita per 19 volte?

Le settimane passano, l’unica cordata che si vede è quella che sempre più si stringe intorno al collo dell’azienda, e arriva il momento di presentare il bilancio: ahi! Il bilancio non sta in piedi; non ci sono i numeri per soddisfare l’articolo 2447 del codice civile. Questo articolo dice essenzialmente che se la perdita supera un terzo del capitale, si deve procedere al ripristino del capitale oppure alla trasformazione dell’azienda in… un’ex-azienda (in effetti il codice civile dà anche altre possibilità, ma la situazione di Alitalia è talmente grave che non permetterebbe altro sbocco).
Ma voi credete che il consiglio di amministrazione di Alitalia sia composto da educande? Che non siano capaci di aggirare una norma del codice civile? Che si facciano qualche scrupolo nel truccare il bilancio? Questi sono squali, non si fermano di fronte a niente… o quasi.
Questa volta gli squali si sono fermati; evidentemente la situazione è talmente grave che neanche la loro più fervida fantasia è in grado di tirarli fuori dai guai.

Ma per fortuna c’è Tremonti.

Ora chi non ha competenze contabili farà un po’ fatica a seguire il discorso, ma vi assicuro che ne vale la pena.
Il bilancio (sto semplificando, i puristi sono pregati di non agitarsi) di un’azienda è diviso in attività e passività; la differenza tra queste due voci costituisce il patrimonio netto.
Quando si riceve un prestito, si fa una scrittura contabile “Banca a Debiti” che aumenta le attività, perché entrano dei soldi, e contemporaneamente aumenta le passività perché si acquisisce un debito che dovrà essere restituito; il bilancio resta in equilibrio e il patrimonio non viene influenzato. Un prestito infatti non incide sui risultati dell’azienda, perché è solo ed esclusivamente un modo per avere liquidità.

Che ti inventa allora Tremonti?
Una scrittura contabile (D.L. 27/05/2008 n. 93, art. 4, c. 3) che potremmo descrivere come “Debiti a Patrimonio“: si diminuiscono le passività e si aumenta il patrimonio; e siccome passività e patrimonio nel bilancio stanno dalla stessa parte, il bilancio resta perfettamente in equilibrio. Solo che mentre l’operazione precedente ha spostato dei soldi senza modificare il risultato aziendale, questa modifica il risultato aziendale senza spostare un centesimo. E’ una alterazione del bilancio che non è assolutamente sostenibile, non ha una legittimazione neanche forzando l’interpretazione della normativa; è un trucco contabile così sporco che nessuno sano di mente proverebbe a mettere in pratica.
E non lo dico io che è sporco. E’ il consiglio di amministrazione di Alitalia a dirlo; questi squali infatti non si sono azzardati a fare una cosa del genere finché non hanno avuto la certezza di una copertura legislativa. Solo quando il ministro ha tirato fuori un decreto apposito, loro hanno messo in pratica un trucco che mai si sarebbero permessi di immaginare. Mica sono scemi.

Io non so se fino a ieri questo fosse configurabile come truffa, falso in bilancio (che ormai è diventato una barzelletta) o chissà cos’altro. Comunque sia, oggi si può truccare il bilancio a norma di legge.
Si dirà che è temporaneo. Ma questo dimostra ancora di più che si tratta di un trucco per poter presentare il bilancio ed evitare di affrontare il problema vero: che Alitalia è fallita da un pezzo, e se va avanti è solo grazie a trucchi di questo tipo.

Davvero, si rimane senza parole: dopo la depenalizzazione del falso in bilancio, questa è la legalizzazione del falso in bilancio.
Inoltre non si preoccupano neanche di farle di nascosto; dicono che si tratta di un’operazione “necessaria” per il salvataggio di Alitalia, si vantano del risultato ottenuto. Pazienza se poi questo cancella decenni di regolarità contabile e di legittimità giuridica; complice la complessità dell’argomento, gran parte delle persone non capisce di cosa si tratta, e la notizia passa tranquillamente senza sollevare critiche.

Ricapitolando: i nostri trecento milioni ce li possiamo scordare, la cordata non si vede, AirFrance se ne è andata, i problemi di Alitalia sono sempre tutti lì, il falso in bilancio è stato legalizzato, tra qualche mese ci sarà bisogno di altri soldi. Pubblici ovviamente.
Con qualche trucco contabile potremmo anche dire che si tratta di un bilancio positivo.

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Vedi Napoli e poi muori

By: ilBuonPeppe [ 26 Maggio 2008 ]

Di sicuro il titolo non è originale, ma di fronte a certe situazioni si rimane veramente senza parole. E in fondo cos’altro ci può essere da dire sul problema dei rifiuti napoletani? Si è detto tutto e il contrario di tutto, si fanno tutte le ipotesi, dalle più ottimistiche alle più cupe, si assegnano le responsabilità un tanto al chilo. Già, le responsabilità…
Io poi non sono un esperto nel trattamento dei rifiuti né nella pianificazione urbanistica, tanto meno nella sicurezza pubblica; quindi perché parlarne? Perché ci sono alcune cose che non mi tornano.
L’altro ieri è stato pubblicato il decreto legge 23/05/2008 n. 90, che contiene tutte le decisioni che il governo ha preso per risolvere l’emergenza rifiuti.
Cominciamo dalle buone notizie.

L’emergenza (se così si può chiamare una situazione che è la norma da ben 14 anni) terminerà il 31 dicembre 2009. L’articolo 19 è perentorio. Al di là dell’apparente paradosso di una emergenza che cessa per decreto, significa che i napoletani dovranno stringere i denti solo per altri 19 mesi. Poi… puff! Tutto sparito.

L’articolo 11 del decreto stabilisce che entro l’anno i comuni campani dovranno raggiungere una quota del 25% di raccolta differenziata e, a seguire, il 35% e il 50% nei due anni successivi. Altrimenti scattano le penali. Che i comuni pagheranno… con le tasse prese ai cittadini. Accidenti, ho sbagliato, questo era l’angolo delle buone notizie.
L’articolo 13 stabilisce che “il ministro dell’ambiente definisce le iniziative, anche di carattere culturale e divulgativo, volte ad assicurare l’informazione e la partecipazione dei cittadini e degli enti pubblici e privati”. Wow! Lastefaniaprestiggggiacomo che divulga un po’ di cultura ai napoletani; ci voglio andare anche io a Napoli!

Magari qualcuno dovrebbe spiegare alla ministra (ma si dice “ministra”?) che è già in ritardo; infatti, appena i cittadini hanno ricevuto le informazioni contenute nel decreto, hanno cominciato subito a partecipare con l’irruenza e la generosità che caratterizza questo popolo. Tanto hanno partecipato che già ieri sera la polizia non sapeva più come contenere il loro entusiasmo, e non ha trovato niente di meglio delle manganellate.
…va bbe’, ho sbagliato angolo un’altra volta. Scusate.

Più avanti, sempre l’articolo 13 ai commi 4 e 5, stabilisce che il ministro dell’istruzione si occuperà di predisporre “tutte le iniziative necessarie a garantire una adeguata informazione sui temi ambientali e attinenti alla gestione ed allo smaltimento dei rifiuti” nonché “di assicurare agli studenti ogni utile informazione in ordine alla corretta gestione dei rifiuti domestici […] anche mediante ricorso ad interventi didattico-educativi integrativi”. Bello.
Cioè: i napoletani sono una massa di ignoranti che non sanno come si trattano i rifiuti, quindi ora glielo insegniamo noi. Ma non sarà per caso che se i rifiuti marciscono per le strade di Napoli, ci deve essere qualche motivo un po’ più grave della semplice ignoranza?

Basta, le buone notizie non mi escono più bene come una volta. Sarà che sto invecchiando… Passiamo a qualcosa di più drammatico.
Il succo di tutto il decreto è in una riga, articolo 9 comma 5: “In deroga alle disposizioni relative alla valutazione di impatto ambientale (VIA)…”. Tutto il decreto è un ricettacolo di deroghe, di eccezioni, di norme che c’erano e che ora a Napoli non valgono più; tutto accantonato in nome dell’efficientismo, della prova di forza, del “vediamo chi ce l’ha veramente duro”.

Così si aprono (o riaprono) nove discariche, tra cui Chiaiano che sta in mezzo alla città, e si mettono in funzione quattro inceneritori, che però si chiamano termovalorizzatori, che così stanno tutti più tranquilli. Il tutto (articolo 2 comma 4) sotto la tutela delle norme che regolano le zone di interesse strategico nazionale. E giù manganellate…
E se non dovesse ancora bastare, può sempre intervenire l’esercito (articolo 2 comma 7). Solo che nell’esercito, più che i manganelli sono abituati ad usare i fucili.

Intanto il governo ha concesso al comune di Napoli 30 giorni per fornire un piano per la raccolta differenziata; la Jervolino, che non dev’essere un’aquila ma parla come un’aquila, ha fatto sapere che le bastano 30 minuti, che il piano è già pronto. Grandioso!
Ho un dubbio. Se il piano era già pronto, perché non l’ha messo in pratica? O quel piano è una cagata pazzesca, oppure lei è un’incapace. In entrambi i casi non vedo un gran futuro per Napoli su questo fronte.

E siccome io sono uno che si fa un sacco di domande, mi viene un altro dubbio. Dal momento che gli amministratori campani degli ultimi 14 anni si sono di